Nel primo dopoguerra arriva con gli americani il cantante dalla voce sospirata, suadente e carezzevole, che canta canzoni d'amore.
Una tecnica vocale che nasce grazie all'uso del microfono e che darà vita ai "Crooner", dall'inglese "to croon" (mormorare, cantare a bassa voce).
Nel Febbraio 1947, Arrigo Polillo presenta, su "Musica Jazz" i Crooners di oltreoceano.
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Bene: il primo che, senza avere un torace a cassa armonica e un'ugola tempestata di brillanti, si mise a cantare in pubblico e a guadagnare milioni fu proprio Al Jolson.
Raccontano i suoi biografi che Jolson imparò il segreto (quello di cantare come viene, non quello di far quattrini) dai negri, che aveva ascoltato girovagando per le strade di New Orleans. E poiché nelle loro canzoni si parlava di Mississippi, di balle di cotone, di « mammiers » e di « piccaninniers », pensò che non sarebbe stato un cattivo affare tingersi la faccia con un turacciolo bruciato e snocciolare qualcosa del genere alle eleganti platee di Broadway.
Il successo fu immenso (siamo intorno al 1923): il pubblico prese per buone quelle canzoni e cominciò a delirare per quell'ebreo mezzo russo e mezzo americano, camuffato da negro, che a braccia spalancate raccontava le più lacrimevoli storie, come se fossero capitate proprio a lui.
Quali fossero i soggetti di quelle canzoni, però, ha poca importanza: quello che conta è che Al Jolson fu il primo cantante che abbia avuto uno strepitoso successo senza essere dotato di una voce nè bella nè potente. Per questo, e soltanto per questo, può meritare l'appellativo di « padre dei crooners », anche se, in realtà, fu un declamatore da palcoscenico ad uso delle famigliole piccolo-borghesi.
Senonché vi era in quelle famigliole un personaggio importante a cui le canzoni di Al Jolson dicevano ben poco: un personaggio che i sociologi a buon mercato dell'epoca chiamavano flappers. La flapper non era altro che la normale ragazza americana, un pò indipendente e un pò romantica, che, nell'attesa del principe azzurro, lavorava sodo per guadagnarsi da vivere.
E le flappers avrebbero dato volentieri tutte le romanze di Al Jolson per una languorosa canzone d'amore, sospirata da una voce suadente e carezzevole.
Chi si rese conto di questa esigenza e colmò la lacuna fu un giovane studente dell'Università di Yale, dagli occhi azzurri e i capelli ondulati: Rudy Vallée. Il quale formò un'orchestrina, i « Connecticut Yankees », comperò un megafono (ai microfoni non si era ancora pensato) e vi sospirò dentro una quantità di canzoni, fatte proprio su misura per le flappers.
Rudy era un tenorino leggero leggero, di ventisei anni, zuccherato come una bottiglia di sciroppo: ce n'era d'avanzo per farne un re della canzone e un dominatore di Broadway. La radio gli spalancò le sue porte, che fino allora erano rimaste ermeticamente chiuse per ogni tipo di musica popolare, e la canzone americana cominciò a girare per il mondo.
Il primo crooner, l'uomo dalla voce leggera come il mormorio delle foglie, era nato. Siamo nell'anno 1927.
La strada era stata indicata, il precedente era stato stabilito. Si trattava ora di perfezionare la tecnica del canticchiamento, e di guadagnare anche le simpatie dei fratelli delle flappers, fino allora irrimediabilmente ostili alle svenevolezze alla Vallée. Bisognava, in una parola, virilizzare la professione.
Ci si provò Bing Crosby, che si era fatto le ossa gorgheggiando, terzo fra i « Three rhythm boys », per l'orchestra di Paul Whiteman. E ci riuscì, ottenendo un successo senza precedenti, e partendo proprio da quello che era stato il punto d'arrivo dei suoi predecessori: Hollywood.
Per merito di Bing Crosby quella dei crooner divenne una istituzione mondiale. E come già per Valentino, non mancarono i psicanalisti che vollero scoprire la ragione di tanto successo; una ragione psicanalistica naturalmente. Dopo molto ponzare il bando della matassa fu trovato: « Bing canta come ciascuno di voi s'illude di cantare nell'intimità della stanza da bagno... » Non c'è davvero male !
Comunque fosse, Bing regnò incontrastato per lunghi anni: qualche minaccia all'orizzonte si profilò, intorno al 1935, ma si dileguò ben presto. Russ Columbo, un crooner che aveva della stoffa, morì prima ancora che i suoi fans si organizzassero in sodalizio, e Lanny Ross fu un fuoco di paglia.
Venne la guerra e il rombo del cannone coprì, assieme a molte altre cose, anche la voce vellutata di Bing, « il borbottatore » (the Groaner); e fece diventare, frenetiche le figlie di quelle frappers che vent'anni prima avevano sognato il principe azzurro. Anche queste pestifere ragazze ebbero la loro etichetta, quella di bobby soxers, e il loro crooner, Frank Sinatra, meglio noto come Frankieboy, ovvero « La Voce ».
Una voce innamorata, questa volta; una voce che viene di lontano e che ti dà del tu.
Con la sua aria di studentino secchione, col suo pomo d'Adamo ballonzolante e la cravatta da pittore, « La Voce » spopolò. Adottò orfani, indirizzò mistici appelli per la tolleranza razziale, fece delle soavi paternali (proprio come un fratello maggiore) alle bobby soxers venute a scroccargli l'autografo, si comportò insomma come un uomo politico alla vigilia elettorale, e l'entusiasmo delle sue ammiratrici salì alle stelle.
Ancora una volta i psicanalisti sentenziarono, e il loro responso fu: « La guerra ».
Ma la battaglia di Frankie non è ancora vinta. Il sessantenne Al Jolson è fuori causa ormai, occupato com'è a spendere i suoi molti milioni con la sua quarta moglie e coi cavalli da corsa; Rudy, ormai quarantaseienne ha messo su pancia e sbarca il lunario come può girando insignificanti filmetti per la Republic... ma Bing, il glorioso « Groaner » è sempre sulla breccia, più temibile che mai dopo le sue esibizioni in abito talare, mentre già nuovi rivali s'annunciano all'orizzonte.
Come Dick Haymes, un biondino di Buenos Aires, che dopo aver fatto l'usignolo per le orchestre di Harry James e di Tommy Dorsey, cerca di far rivivere sullo schermo la tradizione del tenorino leggero; come Billy Eckstine, un negro che tra un blues e l'altro non disdegna le più romantiche canzoni; come Johnny Desmond, il crooner dai capelli all'Umberto (che però non dovrebbe far paura a nessuno); e come, infine, Perry Como, il più temibile di tutti perchè oltre ad essere figlio d'italiani (e questo vuol dir molto per le bobby soxers) ha una voce che sta nel giusto mezzo tra quella di Bing e di Frankie.
Arrigo Polillo




















