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venerdì 12 marzo 2010
domenica 7 marzo 2010
MIRIAM MAKEBA - Una Conversazione con Nomsa Mwamuka
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In America Harry Belafonte mi prese immediatamente sotto la sua ala. Era così buono con me – come un fratello – che iniziai a chiamarlo “Big Brother”. Per il mio debutto al Village Vanguard, Julie, la moglie di Big Brother, si occupò della mia mise. […] Big Brother mi fissò un appuntamento per andare a farmi i capelli. Lui intendeva che mi li facessi stirare. Quando ritornai in hotel, mi guardai allo specchio con quei capelli dritti. Li lavai! Da allora decisi di tenere i capelli corti e naturali. Fui felice di averlo fatto. Anni dopo lessi un articolo che sosteneva che il mio stile di capelli naturale aveva dato il via alla moda afro in America; fu una bella sensazione. […] Quando Big Brother mi vide quella sera con i capelli naturali fu scioccato. Esclamò: “Zenzi, cos’hai fatto?”. Gli dissi: “Non sembravo io, Big Brother!”
Il Village Vanguard era - lo avrei scoperto quasi subito - uno dei locali di Manhattan. Era nel Greenwich Village. Max Gordon gestiva il posto dagli anni ’30. Il locale aveva lanciato molte carriere, compresa quella dello stesso Big Brother, Pearl Barry e Eartha Kitt. Mi bollarono come “La cantante jazz sudafricana numero 1”. Jazz? Sapevo di non cantare jazz. Ma cantai. Quella sera il club era pieno zeppo. Salii sul palco e sorrisi alla mia band. Il signor Belafonte mi aveva insegnato un trucco: in un nightclub non iniziare mai a cantare finchè le gente non tace. Aspettai il silenzio. Quella notte aprii al Village Vanguard e cantai le canzoni che ero riuscita a insegnare ai musicisti. Naturalmente cantai Into Yam e Back of the moon, Jikele Maweni, The Warrior Song e altre canzoni. Quando cantai Qongqothwane, una canzone dei Manhattan, impazzirono tutti. Amavano quello che chiamavano i suoni con il “click”. […]
Era il 2 dicembre 1959. Le mie esibizioni al Village Vanguard duravano da un mese e ogni sera era tutto esaurito. Con in mezzo poco più di un intervallo natalizio […] andai ad esibirmi al Blue Angel Club. […] si trovava nei quartieri alti di New York. Anche là venne a vedermi molta gente. Poi suonai a Las Vegas e nel giro di sei mesi mi stavo esibendo all’Empire Room, il posto per suonare più esclusivo del Waldorf Astoria! Uno incomincia a capire quali posti sono grandi e quali no: io stavo salendo velocemente la scala del mondo dello spettacolo!
[…] Facevo spettacoli in tv. Parlavano di come mi vestivo, di ciò che indossavo, dei miei capelli corti. Menzionavano i miei gioielli, il mio portamento, il modo in cui ballavo. Semplicemente, io ero del tutto diversa. […]
In America mi accorsi di essere più o meno una novità. Mi fecero rendere conto che la mia forza era nel restare fedele alle mie radici. Cantando la musica di casa, cantando la musica delle mie radici, solo così sarei potuta essere qualcuno. […]
Attraverso la mia musica, ero diventata la voce e l’immagine dell’Africa e del suo popolo senza neanche accorgemene. […]
Il Village Vanguard era - lo avrei scoperto quasi subito - uno dei locali di Manhattan. Era nel Greenwich Village. Max Gordon gestiva il posto dagli anni ’30. Il locale aveva lanciato molte carriere, compresa quella dello stesso Big Brother, Pearl Barry e Eartha Kitt. Mi bollarono come “La cantante jazz sudafricana numero 1”. Jazz? Sapevo di non cantare jazz. Ma cantai. Quella sera il club era pieno zeppo. Salii sul palco e sorrisi alla mia band. Il signor Belafonte mi aveva insegnato un trucco: in un nightclub non iniziare mai a cantare finchè le gente non tace. Aspettai il silenzio. Quella notte aprii al Village Vanguard e cantai le canzoni che ero riuscita a insegnare ai musicisti. Naturalmente cantai Into Yam e Back of the moon, Jikele Maweni, The Warrior Song e altre canzoni. Quando cantai Qongqothwane, una canzone dei Manhattan, impazzirono tutti. Amavano quello che chiamavano i suoni con il “click”. […]
Era il 2 dicembre 1959. Le mie esibizioni al Village Vanguard duravano da un mese e ogni sera era tutto esaurito. Con in mezzo poco più di un intervallo natalizio […] andai ad esibirmi al Blue Angel Club. […] si trovava nei quartieri alti di New York. Anche là venne a vedermi molta gente. Poi suonai a Las Vegas e nel giro di sei mesi mi stavo esibendo all’Empire Room, il posto per suonare più esclusivo del Waldorf Astoria! Uno incomincia a capire quali posti sono grandi e quali no: io stavo salendo velocemente la scala del mondo dello spettacolo!
[…] Facevo spettacoli in tv. Parlavano di come mi vestivo, di ciò che indossavo, dei miei capelli corti. Menzionavano i miei gioielli, il mio portamento, il modo in cui ballavo. Semplicemente, io ero del tutto diversa. […]
In America mi accorsi di essere più o meno una novità. Mi fecero rendere conto che la mia forza era nel restare fedele alle mie radici. Cantando la musica di casa, cantando la musica delle mie radici, solo così sarei potuta essere qualcuno. […]
Attraverso la mia musica, ero diventata la voce e l’immagine dell’Africa e del suo popolo senza neanche accorgemene. […]
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estratto da "La Storia di Miriam Makeba" (una conversazione con Nomsa Mwamuka) - Edizioni Gorée (2009)
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MIRIAM MAKEBA (with Chad Mitchell Trio) - MIRIAM MAKEBA (of King Kong Fame) (1960)
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LA PIU’ ELETTRIZZANTE DELLE NUOVE CANTANTI
IL TALENTO DELL’ANNO!
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Così "Time magazine" descrive Miriam Makeba, la ragazza africana che ha lasciato la sua casa di Johannesburg per i più esclusivi locali notturni di New York e Las Vegas.
THE BLUE ANGEL… THE VILLAGE VANGUARD… THE STEVE ALLEN TELEVISION PROGRAMME… Questi sono i maggiori locali dello “starsystem” musicale.
Miriam, tranquilla e quasi timida nella vita quotidiana, diventa una bomba atomica, nel momento in cui passa sotto i riflettori, nelle sue apparizioni che si sono moltiplicate, da costa a costa, negli Stati Uniti.
Un paio di anni fa, il nome di Miriam Makeba era poco conosciuto; ha iniziato a cantare occasionalmente e in poco tempo ha attirato l'attenzione dei Manhattan Brothers, noto quartetto africano. Apparve con loro, ha registrato con loro, e quando il produttore Leon Gluckman cercava cantanti per il cast del musical africano "King Kong", Miriam ne entrò a far parte.
Alla “prima” dello spettacolo, Miriam con l’interpretazione di “Back of the Moon” ottenne un tale successo che il pubblico si alzò in piedi per applaudirla.
Una nuova stella era nata. Una stella africana. […]
dal back cover del discoTHE BLUE ANGEL… THE VILLAGE VANGUARD… THE STEVE ALLEN TELEVISION PROGRAMME… Questi sono i maggiori locali dello “starsystem” musicale.
Miriam, tranquilla e quasi timida nella vita quotidiana, diventa una bomba atomica, nel momento in cui passa sotto i riflettori, nelle sue apparizioni che si sono moltiplicate, da costa a costa, negli Stati Uniti.
Un paio di anni fa, il nome di Miriam Makeba era poco conosciuto; ha iniziato a cantare occasionalmente e in poco tempo ha attirato l'attenzione dei Manhattan Brothers, noto quartetto africano. Apparve con loro, ha registrato con loro, e quando il produttore Leon Gluckman cercava cantanti per il cast del musical africano "King Kong", Miriam ne entrò a far parte.
Alla “prima” dello spettacolo, Miriam con l’interpretazione di “Back of the Moon” ottenne un tale successo che il pubblico si alzò in piedi per applaudirla.
Una nuova stella era nata. Una stella africana. […]
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La critica e il pubblico si sono già espressi sul talento di Miriam Makeba con frasi come "una nuova carica di alta tensione" ... "è apparsa una nuova stella ".... "canta come nessun altro". Notizie e articoli sono apparsi sui giornali nazionali come: Time, Look, The New York Times, Newsweek e molti altri, solo dopo tre ingaggi. È solo l’inizio dal suo arrivo dal Sud Africa.
Ora è il momento per un altro debutto. Il suo album, il primo disco. Io ero presente durante le sessioni di registrazione, è stata una bella esperienza. La scintilla era lì, in arte Miss Makeba e le sue potenti canzoni; un mix sorprendente ed altamente sofisticato sfociato con i musicisti in una sorta di musicale e spontanea combustione, raramente incontrata all’interno di uno studio. Questo album presenta lo spirito travolgente della Makeba, ma non potrà mai dare pienamente l’ esatta passione che trascina il pubblico negli spettacoli dal vivo in TV o nei night club.
C'è poco che posso aggiungere al successo già scritto da altri, su questo grande artista. Conoscerla e lavorare con lei è uno dei miei più grandi privilegi.
Ora è il momento per un altro debutto. Il suo album, il primo disco. Io ero presente durante le sessioni di registrazione, è stata una bella esperienza. La scintilla era lì, in arte Miss Makeba e le sue potenti canzoni; un mix sorprendente ed altamente sofisticato sfociato con i musicisti in una sorta di musicale e spontanea combustione, raramente incontrata all’interno di uno studio. Questo album presenta lo spirito travolgente della Makeba, ma non potrà mai dare pienamente l’ esatta passione che trascina il pubblico negli spettacoli dal vivo in TV o nei night club.
C'è poco che posso aggiungere al successo già scritto da altri, su questo grande artista. Conoscerla e lavorare con lei è uno dei miei più grandi privilegi.
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Harry Belafonte
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dal back cover del disco
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Lato a)
- The retreat song (jikele maweni) (makeba)
- Suliram (carter)
- The click song (makeba)
- Umhome (makeba)
- Olilili (makeba)
- Lakutshn, Ilanga (mackay-davashe)
- Mbube (linda)
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Lato b)
- The naughty little flea (thomas)
- Where does it lead? (davis)
- Nomeva (makeba)
- House of the rising sun (lopez)
- Saduva (makeba)
- One more dance (carter)
- Iya guduza (makeba)
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cover (LONDON - SZA 4002) south africa
cover- Miriam Makeba.rar
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