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venerdì 24 settembre 2010

ARRIVA LA GREFFA (Minorenni all' Assalto) (1963)


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"La greffa", che nome bruttino! - commentava qualche tempo fa una collega che si occupa di cronache mondane - non potevano scegliersene un altro? - No, si sono scelti proprio questo, che è un vocabolo sardo e vuol dire "ghenga", clan.   Se lo sono scelti loro, i minorenni della canzone, dietro suggerimento della Pavone, forse proprio perchè intuivano che ai "grandi" avrebbe dato fastidio. 
Ora si fanno chiamare greff e usano lo stesso appellativo per i loro fans, pur sapendo che tutto ciò provoca le critiche dei non più giovani.   Anche in Francia, quando cominciò a svilupparsi il fenomeno dei copains, i "maggiorenni" reagirono così, forse intuendo che le nuove leve si sarebbero ben presto imposte sul mercato discografico.   Scatenarono anche un'accanita guerra fredda in nome della "moralità" finchè Sylvie Vartan, la più giovane delle "copine" rispose per tutti: "Questi vecchietti" mi fanno morire dal ridere con la loro "esperienza", i loro ricordi, i loro problemi.   Come dobbiamo dirlo che cantiamo per la gente della nostra età e solo per loro?
In Italia i minorenni sono più indulgenti: cantano ancora per tutti.   Ma hanno bisogno di essere lasciati in pace: hanno i loro gusti, la loro mentalità, le loro aspirazioni "Noi - mi scriveva una greff pochi giorni fa - non abbiamo bisogno che in ogni canzone ci sia un messaggio spirituale.   Alla musica chiediamo solo qualche sensazione ed un pò di ritmo che ci accompagni quando siamo allegri e ci rianimi se siamo tristi.   Ma le nostre canzoni sono diverse da quelle tradizionali: parlano di scuola, di libri, di cinema, di tutto ciò che ci riguarda e le possono cantare solo quelli che hanno la nostra età e le "vivono" come noi"
[...]
Lucio Lami
dal 'back cover' del disco
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Lato a)
  1. Piero Focaccia - Appuntamento sulla neve (leuzzi-mogol)
  2. Gigliola Cinquetti - Penso alle cose perdute (specchia-leuzzi)
  3. Giorgio Radice - Se chiudo gli occhi (radice)
  4. Gianni Felice - Il posto (soffici-mogol)
  5. Franca Alinti - Tutti i ragazzi (debout-pace)
  6. Richard Moser jr. - La prima festa che darò (specchia-greblin-carrére)
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Lato b)
  1. Gigliola Cinquetti - Quando vedo che tutti si amano (lacommare-pace)
  2. Piero Focaccia - Chi t'ha detto che piangevo (monaldi-specchia)
  3. Giorgio Radice - Non ti pentire mai (escudero-pace)
  4. Luigi Fiumicelli - Dai, diglielo dai (g.p. & g.f. reverberi)
  5. Gianni Casanova - La cravatta di seta scarlatta (casanova-gentile)
  6. Guido Russo - Il ponte sul naviglio (anzaghi-pace)
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cover (CGD - FG 5009)
http://www.mediafire.com/?l4pc1uzs9lpflbf
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CGD - FG 5009
http://www.mediafire.com/?5gusuf8dxdb8we7
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domenica 20 settembre 2009

(1962) Era un ragazzo inglese con, con i capelli leggermente più lunghi del normale





Allora mi occupavo molto di jazz e la musica leggera la sentivo con la puzza sotto al naso, anche se sotto sotto cantavo e schitarravo non tutto, ma di tutto, tutto il giorno, comprese le canzoni napoletane di Peppino di Capri. Un piccolo occhio di riguardo lo avevo ufficialmente per il rock and roll, soprattutto quello “nero” di Fats Domino o di Chuck Berry.
(fu in quel periodo che conobbi un ragazzo inglese)….. mi disse che a Londra era nato un gruppo di rock and roll di cui tutti parlavano, io stavo quasi sputandogli sulle scarpe, in senso di disprezzo. Capirai. A me allora mi chiamavano “swing” perché dicevo sempre che “non significa un cazzo se non c’è swing” (libera traduzione di un brano del grande Duke Ellington) ed ero il solo nell’arco di due chilometri quadrati a saper battere le mani in levare. E figurati allora se gli inglesi mi avrebbero fregato, buoni com’erano solo a far cantare tipi come Cliff Richard o gli Shadows, insomma “robbetta” bianca. Così quando quello sbarbatello inglese tirò fuori dalla valigia un quarantacinque giri leggermente più sporco del normale e mi fece capire che avrebbe voluto che “violasse” il mio prezioso Lesaphon a valigetta dove i bassi erano insuperabili quando si chiudeva il coperchio, perché rimbombavano, lo lasciai fare, anzi lo aiutai pure. Era un disco appunto di questi Beatles non me ne ricordo il titolo. Perché? Beh perché avevo pienamente ragione io. Questi inglesi facevano schifo, in pratica facevano lo “ye ye” (il genere che facevano allora Rita Pavone o Silvie Vartan) con qualche accordo di blues rubacchiato come al solito, ai vecchi maestri neri. E quello pure si divertiva e portava il tempo!!! Naturalmente in battere come quei ragazzi che si vedevano alla televisione con Walter Chiari a “fare i giovani più giovani, l’esercito del surf “. Tutto sbagliato, caro il mio inglesotto, questi “bitls” non sono nessuno!
Stavo per estrarre dalla busta dell’extended play “When my dreamboat comes home” di Fats Domino per farglielo ascoltare con regale magnanimità quando “quello” si mise a ballare. Fu allora appunto che cominciarono gli anni sessanta. Era il sessantadue…. “Quello” ballava da solo, agitandosi tutto, facendo strani passi mai visti prima e muovendo anche le mani e le braccia. Ma non era il surf, era una “cosa” completamente diversa. Allora, proprio in quel momento, pensai la tremenda fatidica frase, il vero segnale di quando non sei più la “nuova generazione” ma diventi “quella degli anni Cinquanta” “la precedente”: “Ma insomma, che diavolo di modo di ballare è mai questo? Noi sì che ci sapevamo divertire!"

Renzo Arbore
estratto da "Il sogno degli anni '60" (Walter Veltroni - Savelli Editori, 1981)