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mercoledì 24 dicembre 2014
lunedì 22 dicembre 2014
ABOLIAMO LE STRENNE "UFFICIALI" (l'Italia allo specchio)
Se non è vera corruzione, è un tentativo di ottenere o mantenere la benevolenza di qualcuno
Se c'è una cosa che guasti un poco,
per noi, le feste di questi giorni, è la strenna ufficiale: i doni
inviati da un gran numero di uomini politici, di organizzazioni
pubbliche, di società private a persone delle quali essi hanno
l'aria di sollecitare o di compensare, in qualche modo, la
benevolenza. [...] Ognuno faccia quello che vuole del denaro proprio:
il denaro dello Stato, invece, quello delle organizzazioni pubbliche,
quello degli azionisti delle grandi imprese non dovrebbe essere
disperso con tanta leggerezza, come accade ora a Natale. Ci sono
istituzioni benefiche, fondazioni culturali che languono per mancanza
di fondi. Ci sono infinite miserie da consolare. Perché non
indirizzare verso uno scopo pratico e socialmente utile le somme
ingenti che servono per le strenne ufficiali?
[...] Le mode del Nord sono scese verso
il Centro e il Sud. L'albero prende sempre più vistosamente il
posto del presepio. A Roma, la Befana non ha più l'importanza di
una volta: i regali vengono scambiati, nella maggior parte delle
famiglie, la sera della vigilia di Natale. Non si fanno doni
soltanto ai bambini e ai parenti più stretti, ma agli amici, ai
conoscenti, a una cerchia sempre più larga di persone. Il
significato religioso della giornata sbiadisce ogni anno di più.
La festa nordica, pagana, del solstizio d'inverno sembra riemergere
dal sottofondo nel quale il culto cristiano insediatosi al suo posto,
l'aveva cacciata molti secoli fa.
Gli usi settentrionali prevalgono: le
carte di Natale, le decorazioni, perfino il modo di confezionare i
pacchetti, di addobbare le vetrine. Il centro di Milano, di Roma,
di Torino assomiglia, in questi giorni, a quello di Londra, di
Parigi, di Nuova York. [...] Le società industriali finiscono per
assomigliare l'una all'altra, quando è passata la prima penosa fase
di sviluppo. I prodotti, le abitudini, i desideri sono dappertutto
presso a poco gli stessi.
Ci accorgiamo, naturalmente, degli
aspetti positivi. La prosperità di queste giornate è il riflesso
di un benessere che si diffonde sempre più. [...] Centinaia di
miliardi vengono spesi nella seconda metà di dicembre non da poche
migliaia di ricchi, ma da milioni di lavoratori. Il doppio
stipendio permette di moltiplicare la spesa, il consumo. C'è chi
mette qualcosa da parte, e chi spende tutto, mentre altri, purtroppo,
non potranno far altro che sistemare vecchi debiti, pesanti scadenze.
Ma, insomma, la maggior parte della gente ha un periodo di limitata
felicità, ed è naturale che faccia quello che crede meglio del
denaro guadagnato. Perfino lo spreco può avere uno scopo.
Vediamo città contente, bambini allegri, minuscole automobili
cariche di pacchi, donne che scendono dagli autobus portando mucchi
di scatole grandi e piccole. Chi ha l'animo così meschino da non
esserne lieto? Se il Natale, sotto l'impulso della civiltà
industriale, tende a ridiventare pagano, esso rivela anche che la
miseria sta a poco a poco scomparendo perfino nei Paesi più poveri
dell'Occidente.
La strenna ufficiale, invece, venga
essa da un ente pubblico o da una grande società privata, è un
costume da censurare severamente. Questo uso non viene, come gli
altri, dai Paesi industriali del Nord, dove è sconosciuto o assai
poco diffuso, ma dalle nostre cattive tradizioni nazionali. Il
lettore vorrà sapere a che cosa esattamente alludiamo, perché la
gente comune ignora la portata di una abitudine che è limitata a
pochi ambienti ristretti. Alludiamo alla cassetta di
liquori..........
Domenico Bartoli
("Epoca" - 25 dicembre 1960)
sabato 27 novembre 2010
(1963) rubrica - ITALIA DOMANDA
EPOCA
Normalmente le “parolacce” nei film vengono giustificate in nome della libertà dell’arte. L’artista, si dice, è libero di scegliersi qualsiasi argomento, ed è libero di rappresentare la realtà, anche nella sua più ardita nudità. Sottoscrivo questa teoria, ma penso che essa non possa applicarsi al caso in esame.
Non sono convinto che le “parolacce” che infarciscono certi nostri film sieno necessarie per amre del vero. Le “parolacce” non costituiscono un repertorio abituale della realtà quotidiana, nemmeno nelle classi popolari. I contadini, si sa, sono piuttosto taciturni, parlano poco, e quando parlano sono straordinariamente verecondi e timidi. In fondo il turpiloquio è una forma di eloquenza ed esige scilinguagnolo sciolto. Non usano parolacce nemmeno i popolani delle città, salvo qualche “moccolo” o invettiva in vernacolo, nei momenti d’ira… E, infine, il linguaggio scurrile non è proprio nemmeno dei giovinastri di malavita, ai quali è rivolta in maniera particolare l’attenzione dei cineasti. I ragazzi di vita usano parlare spesso in gergo, come i carcerati. […] Ma il gergo non è turpiloquio, è piuttosto un linguaggio tecnico-professionale. Insomma, io nella vita reale non ho mai sentito parlare nessuno come parlano certi eroi nei film. […]
Anche se questi personaggi fossero veri, e il loro linguaggio fosse autentico, non per questo ne raccomanderei la divulgazione. Non tutto ciò che è artistico ha il diritto di circolare senza restrizioni. Non vogliamo mettere in ballo la morale, per non impantanarci nella vecchia questione dei rapporti tra arte e morale; parliamo invece più semplicemente di bienséance, di educazione, di buon gusto […]
Panfilo Gentile
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[…]
Dicono che queste parole sono esigenze del verismo, del neorealismo, della nuova scuola, che bisogna intenderla come cariche esplosive contro il conformismo di una società soddisfatta o bigotta, un tentativo di rinnovare un linguaggio frusto e ipocrita, di abbattere vecchi totem e tabù. E quale migliore occasione per insultare la borghesia, dopo averle fatto pagare il biglietto? Magari fosse così! Forse lo è stato all’origine, quando il pubblico fu chiamato a giudicare le prime opere in cui si diceva pane al pane e vino al vino, in dialoghi che esprimevano realmente il senso di rivolta e di dolore di una società appena uscita da una disfatta. Ma oggi le cose sono cambiate. Per un Sordi che nel film ‘La grande guerra’ lancia come un’arma, il suo “Ma va a morì…”, quante volgarità ci piovono addosso al solo scopo di provocare una risata anonima di un pubblico qualunquista, felice d’incanagliarsi al buio. Voi credete d’insultarlo, di dargli uno choc? E invece lo state servendo nei suoi più bassi istinti, carezzandolo per il verso del suo pelo. Per un Fellini che adopera una parola forte al posto giusto, quanti artigianelli da quattro soldi si sentono autorizzati a ripeterla solamente per strappare i consensi di una complicità volgare. […]
Gian Gaspare Napoletano
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[…] i crudi termini anatomici del dialetto o del gergo, quei vocaboli a cui si ricorre perché “bisogna chiamare le cose col loro vero nome”, quando le cose sono vicende e dialoghi e battibecchi di prostitute e di invertiti (la parola che li definisce, “pornografia”, risale al greco porné, “prostituta”); e infine quelle espressioni che sono pudicamente indicate col nome di coprolalìa (pudicamente, perché nessuno sa più il greco, ma l’etimologia del vocabolo è lalìa, discorso, e kòpros, escremento).
Credo che quei registi, che si crogiolano in questo lessico di bassa oscenità, non oserebbero mai servirsene se non incoraggiati dall’uso e dall’abuso che se ne fa nella più recente narrativa: senza rendersi conto che la parolaccia dallo schermo – sottolineata magari dal gesto di chi la pronuncia – davanti ad una platea di gente d’ogni classe e d’ogni età, offende assai più il sentimento della persona educata che non la parola stampata con l’apparire poco più di un documento filologico.
Voglio sperare che questi registi dalla parolaccia facile siano piuttosto mossi da una – vorrei dire – ingenua ricerca di scandalo per farsi pubblicità, e dalla speranza di un successo di cassetta, che affetti da una stortura morale (e così i giovani scrittori altrettanto sboccati), ché in questo caso il fenomeno sarebbe preoccupante. Ma se si tratti soltanto di una moda malintesa, è sperabile che passi presto per la stanchezza e l’irritazione che tale linguaggio suscita presso la maggior parte degli spettatori.
Nessuna missione sociale, nessun impulso di creare ciò che già nel secolo scorso si chiamava il documento umano (tranche de vie), nessuna aspirazione di aderire alla realtà giustifica un vocabolario che spesso è caratteristica di malati, di ossessionati, di degenerati: la coprolalìa, infatti, prima di essere il gusto di dir porcherie, è sinonimo morboso si una alterazione mentale.
I poeti napoletani della prima metà del secolo (Di Giacomo, Russo, Viviani, Libero Bovio), che della miseria, delle azioni dei guaglioni ‘e mala vita, dei camorristi, dei lazzaroni, delle donne di malaffare e dei loro protettori vollero dare con crudo realismo una rappresentazione “veristica”, non ebbero mai bisogno di “parolacce”; si servirono con larghezza, ma con senso di misura ed arte, di parole del gergo, triviali, plebee, ma non mai oscene e ripugnanti. E questo è bastato per rendere con fedeltà scrupolosa la realtà dei vicoli e dei bassifondi, e fare poesia alta e umana. E quando proprio la parolaccia gli scappava, o la bestemmia, la rarità di questo sfogo dava al verso quell’efficacia e quella forza d’arte che va del tutto perduta presso quei registi che tuffano le loro mani fino al gomito nel sacco e nella sporta delle immondezze.
[…]
Paolo Monelli
venerdì 29 ottobre 2010
venerdì 22 ottobre 2010
(1963) Nasce un Capolavoro (Renato Guttuso)
Matelda nel Paradiso Terrestre
"una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua vita"
Una sera di sei anni fa Alberto Mondadori invitava il pittore Renato Guttuso a illustrare una grande edizione della 'Divina Commedia'. Guttuso sapeva cha la sua pittura, così carica di umori terrestri, di drammaticità e di pasisone, si sarebbe mossa con agio attraverso la prima cantica. Anche la seconda cantica, il 'Purgatorio' presentava episodi ed aspetti che non sarebbe stato difficile annettere alla "provincia" della sua pittura. Ma il 'Paradiso', con le sue cristalline astrazioni, i suoi canti dedicati a dispute di teologia ed astronomia, gli appariva completamente precluso. [...]
a look at commneti
(1963) il personaggio - JANE FONDA
La venticinquenne Jane Fonda, figlia del popolare Henry Fonda, non è solo ricca di talento artistico ma possiede anche doti fisiche eccezionali, tanto da essere definita la più bella ragazza d'America.
da 'Sommario' di "EPOCA" - 5 maggio
a look at commenti
a look at commenti
giovedì 21 ottobre 2010
(1963) il personaggio - CLAUDIA CARDINALE
Il 1963 sarà il grande anno di Claudia Cardinale. Tra i suoi film importanti stanno per apparire sugli schermi: 'Il Gattopardo', diretto da Visconti, 'Fellini otto e mezzo', con la regia di Federico Fellini, e 'la Pantera Rosa', realizzato dall'americano Edwards . Inoltre, Claudia si appresta a interpretare 'Gli Indifferenti', tratto dal romanzo omonimo di Moravia
da 'Sommario' di "EPOCA" - 17 febbraio
lunedì 18 ottobre 2010
(1963) Siamo al Primo Posto nello Sviluppo Economico
All'inizio del 1963, l'Italia occupa una posizione rispettabile, nella Comunità economica europea. Secondo i dati più recenti, la popolazione attiva, cioè la gente che lavora, ammonta a 20 milioni e 267 mila unità, di cui 5 milioni e 907 mila addetti all'agricoltura (29,1 per cento), 8 milioni e 12 mila (39,6 per cento) all'industria e 6 milioni e 348 mila (31,3 per cento) ai servizi.
I disoccupati sono scesi a 725 mila, con un calo medio annuo di 120 mila unità.
Negli anni futuri le cose dovrebbero andar bene, se non meglio. L'ultima relazione "sulle prospettive di sviluppo economico nella Comunità economica europea dal 1960 al 1970" assegna all'Italia il primo posto nell'evoluzione del prodotto nazionale lordo, calcolando che i disoccupati si riducano a 590 mila nel 1965 e a 311 mila nel 1970, tenuto conto dell'incremento democrafico. Il ministro Colombo, da parte sua, prevede che si possa raggiungere la piena occupazione fra il 1973 e il 1975, attraverso la crezione di due milioni di nuovi posti di lavoro nell'industria. E questa stima, egli afferma, "è ragionevolmente fondata, considerando l'attuale ritmo di sviluppo dell'industria italiana".
[...]Livio Pesce
estratto da "Ecco che cosa contiamo in Europa", EPOCA (6 gennaio 1963)
lunedì 28 giugno 2010
giovedì 24 giugno 2010
(1961) rubrica - ITALIA DOMANDA
EPOCA
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Come canone ideale di bellezza femminile viene sempre indicata la Venere di Milo. Forse che il prototipo delle perfette misure non si è evoluto con l'andare dei secoli?
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Come canone ideale di bellezza femminile viene sempre indicata la Venere di Milo. Forse che il prototipo delle perfette misure non si è evoluto con l'andare dei secoli?
L. Buti, roma
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Come nulla è ideale nella vita, giacchè l'ideale è una invenzione dell'uomo, così nei diversi popoli, luoghi ed epoche, la bellezza ideale della donna ha preso diverse forme e proporzioni.
Come scultore, io, con il mio concetto plastico, trovo che la bellezza ideale femminile può avere le seguenti proporzioni. La testa deve essere riportata 7-8 volte nell'altezza del corpo. Le gambe devono prendere metà dell'altezza. I fianchi e il petto devono avere la stessa circonferenza. La vita deve essere i quattro quinti della circonferenza del petto.
Oggi è di moda la donna esile, ieri era di moda la donna rotonda, domani, probabilmente la donna avrà un'altra forma. Ogni epoca, secondo usi e costumi crea il suo ideale di bellezza nella donna, e per concludere citerò il proverbio italiano: è bello quel che piace.
Assen Peikov (scultore)
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Non ritengo si possa parlare di misure ideali di bellezza femminile, poichè la valutazione della bellezza è soggettiva, le misure le più varie, a secondo del soggetto.
L'armonia delle linee è senz'altro l'elemento più importante nella figura di una donna. Ciò nonostante, non è per nulla azzardatao sostenere che la bellezza femminile sconfiggerebbe egregiamente il centimetro con una buona dose di femminilità, dolcezza, personalità.
Anna Vita (scultrice)
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Difficile dirlo: dipende dalle proporzioni. Una dona comunque, a mio avviso, non dovrebbe essere né troppo piccola, né troppo grassa. Ma anche con queste nozioni, pur così generali, non si dice ancora nulla sulla bellezza femminile ideale. Una donna anche grassa, se sa ben vestire e ben armonizzare l'insieme del proprio corpo, può non solo essere bella ma addirittura bellissima. Lo stesso si dica se è troppo magra o troppo piccola o comunque "troppo".
Per concludere, direi che, se proprio si vuol parlare di misure ideali, bisogna dire che esse sono là dove buon gusto, intelligenza e raffinatezza le sanno comunque valorizzare.
Brunetta (disegnatrice)
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domenica 20 giugno 2010
(1961) rivista - EPOCA (italia domanda)
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DIAMO LA CHIAVE DI CASA AI RAGAZZI DI DICIOTTO ANNI
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A che età si può dare la chiave di casa ad un figlio?
L.G. – udine
L.G. – udine
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La consegna della chiave di casa al figlio, che in generale potrebbe coincidere col conseguimento della maturità liceale, cioè coi diciotto anni circa, è invece quanto mai suscettibile di posticipi o di anticipi se considerata caso per caso. Se un giovane di sedici o diciassette anni è disciplinato e cosciente e, ad esempio, è un appassionato di musica o di letteratura e desidera frequentare concerti e conferenze, a questo giovane, certo, si può permettere di tenere la chiave di casa in tasca.
Ma se un giovane, pur avendo i diciott’anni cronologici, dimostra di essere mentalmente arretrato, se non ha senso di responsabilità, se non ha capacità di autocontrollo e si lascia influenzare dalle cosiddette “cattive compagnie”, allora a questo giovane sarebbe meglio non affidare la chiave di casa ancora per un po’ di tempo.
Come si vede, il “problema” della chiave al figlio, come tutti i problemi di questo tipo, non è un problema isolato, ma va considerato nel quadro generale del giudizio che si può dare di un giovane.
Ada Tommasi De Micheli (pedagogista)
Ma se un giovane, pur avendo i diciott’anni cronologici, dimostra di essere mentalmente arretrato, se non ha senso di responsabilità, se non ha capacità di autocontrollo e si lascia influenzare dalle cosiddette “cattive compagnie”, allora a questo giovane sarebbe meglio non affidare la chiave di casa ancora per un po’ di tempo.
Come si vede, il “problema” della chiave al figlio, come tutti i problemi di questo tipo, non è un problema isolato, ma va considerato nel quadro generale del giudizio che si può dare di un giovane.
Ada Tommasi De Micheli (pedagogista)
(5 febbraio)
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giovedì 17 giugno 2010
(1961) rivista - EPOCA
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LE NOTIZIE
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- L’anno scorso i turisti stranieri che hanno visitato il nostro Paese sono stati circa 19 milioni. Le loro spese durante il soggiorno sono pari a 500 miliardi, in valuta estera. (8 gennaio)
- L’industria italiana ha prodotto nel 1960 oltre 670 mila autoveicoli (di cui 630 mila vetture). È un livello mai raggiunto in precedenza, e segna un incremento del 34% nei confronti del 1959. (8 gennaio)
- In Italia, nel 1959-60, il consumo della carne è rimasto pressoché invariato rispetto agli anni precedenti. L’italiano mangia, in media, solo 22 chilogrammi di carne all’anno; gli abitanti degli altri Paesi del Mercato Comune circa 55 chili. Le medie nel mondo sono le seguenti: Giappone 4 chilogrammi, Spagna15,75, Jugoslavia 20,70, Russia 29,25, Gran Bretagna 59, Stati Uniti 72, Argentina 74,25, Australia e Uruguay 105,3. (15 gennaio)
- Nei suoi quindici anni di vita il Totocalcio ha distribuito agli italiani 170 miliardi 766 milioni e 297.588 lire. Di essi, a Milano ne sono piovuti 26.601.560.682, a Roma 22.065.391.351, a Torino 14.728.472.142. Seguono nell’ordine della fortuna, Padova, Napoli, Genova, Firenze, Bologna, Verona, Bari, Messina, Palermo, Pescara, Salerno e Cagliari. (15 gennaio)
- Il CIME (Comitato intergovernativo per l’emigrazione europea) porterà nel 1961 in Argentina, in Brasile e nel Venezuela 23 mila lavoratori europei. Verranno creati centri di assistenza e di alloggio. La maggior parte degli emigranti sarà fornita dall’Italia e dall’Olanda; altre aliquote saranno raccolte in Germania, Spagna, Grecia e Austria. (15 gennaio)
- Nel corso del 1961 saranno ammessi in Germania circa 150 mila lavoratori stranieri. Di essi 100 mila verranno dall’Italia, 15-20 mila dalla Grecia e 15-20 mila dalla Spagna. L’anno scorso ne furono accettati 120 mila. (5 febbraio)
- Dal 1953 (anno d’inizio della fabbricazione) ad oggi l’Italia ha costruito circa 600 mila lavatrici. Solo il tre per cento delle famiglie possiede una macchina lavatrice (in Francia la proporzione è del 15%, in Germania del 21%, negli Stati Uniti del 60%). Gli acquisti maggiori vengono fatti dal ceto superiore (17%), nei centri dove il reddito è più alto e l’occupazione femminile più elevata. (5 febbraio)
- In Italia circolano sette milioni di biciclette e 3.785.000 tra motocicli, motofurgoni, motoleggere e scooters. Nel 1960 sono state prodotte 650 mila biciclette e quasi altrettanto motocicli (16 aprile)
- I passaggi a livello ancora esistenti sulle strade statali sono 879. Duecento verranno eliminati nel prossimo biennio. (16 aprile)
- Il governo di Bonn ha fatto stampare 250 mila volantini da distribuire con la posta ai lavoratori italiani. In essi gli operai vengono avvisati che in Germania “è proibito catturare qualunque tipo di uccellino e poi mangiarselo. I volatili sono protetti dal diritto naturale.” (16 aprile)
- A Parigi, il numero dei pittori professionisti è in continuo aumento. Da 1800 nel 1940 si è passati a 5000 nel 1961. Le gallerie d’arte sono 363 (dieci più dei cinema) con una media di 155 esposizioni alla settimana. Una recente inchiesta ha stabilito che i francesi che possiedono una tavolozza sono centomila e che ogni anno vengono venduti 12 milioni di scatole di pastelli e 4 milioni di tubetti di colore. (16 aprile)
- Nel 1960 sono stati costruiti in Italia 1264 alberghi di varie categorie per far fronte all’aumento costante dei turisti stranieri. (21 maggio)
- Il consumo di latte in Italia è ancora molto basso: 60 litri annui a testa contro i 110 della Francia, i 121 della Germania e i 158 litri degli Stati Uniti. La nazione che ne fa maggior uso nel mondo è la Norvegia, con una media annua per abitante di 228 litri. (11 giugno)
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sabato 12 giugno 2010
(1961) - Non Finisce (Campanile sera)
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(lettere al direttore-EPOCA gennaio '61)
Apprendo con disperazione che "Campanile sera" continuerà anche nel 1961. Non ce ne libereremo dunque mai?
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F.P. - roma.
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Lasciamolo vivere, questo gioco. È uno di quelli in cui gli attori (le tanto citate "piazze") prendono talvolta la mano agli autori del copione, stracciano il cellophane dopolavoristico della trasmissione e rivelano qualche utile verità. Pensi, signor P......., al gioco dei prezzi. Queste famiglie meridionali che ingenuamente assegnano costi favolosi a oggetti che nel Nord sono ormai comuni: una macchina da ripresa, un frigorifero, gli scarponi da sciatore..... Roba da grandi signori, pensa la povera gente del Sud, e sbaglia sempre prezzo. Eccola qui, in questi errori, la differenza iniqua tra le due Italie: su una piazza, tutti conoscono prezzo e qualità del frigorifero, della cinepresa, degli scarponi. Sull'altra, questi oggetti sono ancora figurazioni di sogno, non hanno contorno, non hanno prezzo, li circonda l'alone scintillante e impalpabile delle stelle più lontane. Perdoniamo a "Campanile sera" l'ora settimanale di mediocre folklore, in nome di questi cinque minuti di verità.
.Nando Sampietro(lettere al direttore-EPOCA gennaio '61)
venerdì 11 giugno 2010
(1961) rivista - EPOCA (15 gennaio)
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. La sera di Capodanno, la cantante Mina ha percepito il compenso di un milione e trecentomila lire per interpretare tre sole canzoni nel corso di una serata danzante, organizzata in un grande albergo di Ostia. Tenuto presente che l'esecuzione di ogni canzone ha una durata media di tre minuti, Mina ha dunque guadagnato centocinquantamila lire per ogni minuto di effettivo "lavoro". [...]
Ma chi è dunque Mina, questo curioso fenomeno nostrano che, nata come paladina degli esagitati giovanotti in 'blue jeans', oggi riesce a commuovere ed entusiasmare la gente di tutte le età, [...] ?
[...] Ad analizzarla a pezzo a pezzo non è bella, anzi. È troppo alta per una donna (un metro e 78), le gambe dal ginocchio in su sono imperfette, i fianchi sono stretti, il naso è impossibile, la zazzera metterebbe in crisi il più paziente dei parrucchieri, e le mani, le famose mani che in scena sa muovere con maestria stupefacente, sono grandi e irregolari. Veste in modo goffo, indossando abitini che sembrano ereditati da una sorellina più piccola. Eppure, appena è in scena, acquista una carica di fascino che donne mille volte più belle di lei non riusciranno mai ad avere. [...]
A scuola la chiamavano "la cavallona". Preferiva la compagnia dei maschi, non perchè si sentisse precocemente donna, ma al contrario perchè si considerava un maschiaccio anche lei. Cominciò a cantare "per sfottere" i cantanti. Era un modo come un altro, un gioco nuovo per rompere la monotonia della vita da delfini di provincia che lei e i suoi amici vivevano. [...]
.Giorgio Berti
estratto da "È un fenomeno? È un bluff? Dove arriverà"
martedì 11 maggio 2010
domenica 18 aprile 2010
sabato 3 aprile 2010
(1951) - Il Pranzo di Pasqua
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.L'aumentare e il decrescere dei prezzi è un barometro che, una volta messo in movimento, raggiunge puntate non sempre giustificate dalle cause del suo oscillamento. Negli ultimi sette mesi i prezzi sono saliti ma oggi i competenti dicono che piano piano scenderanno, una volta schiarito l'orizzonte politico.[...]
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Estratto da “EPOCA” – 24 marzo
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venerdì 12 marzo 2010
(1960) HA SBALORDITO VARSAVIA (Maurizio Pollini al "Concorso Chopin")
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.Diciotto anni, centosettanta centimetri d’altezza, capelli neri, folti, sguardo assente. Colorito infantile. Non ama lo sport, non eccessivamente il jazz, non ama ballare. Questo è Maurizio Pollini, il “fantastico italiano” giunto a Varsavia per sconvolgere ogni pronostico elaborato da critici ed esperti alla vigilia del concorso Chopin.
[…] ha l’aria esausta e irrequieta di chi vive sui nervi e sta per crollare da un momento all’altro. Si rende conto che l’aver vinto il concorso Chopin muterà definitivamente la sua carriera gia iniziata.
Entriamo nel ristorante dell’albergo e ci sediamo a un tavolo. La gente lo guarda e lo riconosce (si calcola che l’ottanta per cento di polacchi abbia seguito il concorso alla radio o alla televisione). Anche i camerieri di solito restii a reagire alle legittime pretese dei clienti, hanno un inatteso sussulto. […]
“Il più grande complimento me l’ha fatto Rubinstein quando ha detto che avevo più tecnica di lui e che lo avevo colpito per la mia maturità. È stato molto gentile. La sua interpretazione di Chopin risponde ai miei ideali, ma Rubinstein non possiede la tecnica di Horowitz o Michelangeli. Michelangeli lo conosco bene, ho avuto tre lezioni da lui .“[…]
Pollini parla molto lentamente, calibrando ogni parola. È molto diplomatico nei suoi giudizi. Programmi per il futuro non ne ha ancora fatti. […] Finora ha accettato solo di suonare al Concerto Chopin dell’Unesco a Parigi. Tra i polacchi Pollini ha scatenato un vero entusiasmo. Entusiasmo per il suo talento, e sorpresa per le sue qualità di chopinista, finora considerate monopolio dei pianisti polacchi o di origine polacca. È la prima volta nella storia del Concorso che la decisione della giuria viene accolta favorevolmente dal pubblico unanime. A dire il vero molti speravano in una vittoria di Pollini, ma nessuno credeva che ce l’avrebbe fatta contro i quattro russi entrati in finale insieme a lui. Il più serio tra i critici musicali, Jerzy Broszkiewicz, termina il suo articolo su Pollini con una frase che rispecchia l’opinione di tutti i polacchi: “Chapeau bas!”, leviamoci il cappello!
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Jas Gawronski
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Estratto da “EPOCA” – 27 marzo
[…] ha l’aria esausta e irrequieta di chi vive sui nervi e sta per crollare da un momento all’altro. Si rende conto che l’aver vinto il concorso Chopin muterà definitivamente la sua carriera gia iniziata.
Entriamo nel ristorante dell’albergo e ci sediamo a un tavolo. La gente lo guarda e lo riconosce (si calcola che l’ottanta per cento di polacchi abbia seguito il concorso alla radio o alla televisione). Anche i camerieri di solito restii a reagire alle legittime pretese dei clienti, hanno un inatteso sussulto. […]
“Il più grande complimento me l’ha fatto Rubinstein quando ha detto che avevo più tecnica di lui e che lo avevo colpito per la mia maturità. È stato molto gentile. La sua interpretazione di Chopin risponde ai miei ideali, ma Rubinstein non possiede la tecnica di Horowitz o Michelangeli. Michelangeli lo conosco bene, ho avuto tre lezioni da lui .“[…]
Pollini parla molto lentamente, calibrando ogni parola. È molto diplomatico nei suoi giudizi. Programmi per il futuro non ne ha ancora fatti. […] Finora ha accettato solo di suonare al Concerto Chopin dell’Unesco a Parigi. Tra i polacchi Pollini ha scatenato un vero entusiasmo. Entusiasmo per il suo talento, e sorpresa per le sue qualità di chopinista, finora considerate monopolio dei pianisti polacchi o di origine polacca. È la prima volta nella storia del Concorso che la decisione della giuria viene accolta favorevolmente dal pubblico unanime. A dire il vero molti speravano in una vittoria di Pollini, ma nessuno credeva che ce l’avrebbe fatta contro i quattro russi entrati in finale insieme a lui. Il più serio tra i critici musicali, Jerzy Broszkiewicz, termina il suo articolo su Pollini con una frase che rispecchia l’opinione di tutti i polacchi: “Chapeau bas!”, leviamoci il cappello!
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Jas Gawronski
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Estratto da “EPOCA” – 27 marzo
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