Se avete materiale che a vostro giudizio, può interessare il blog
e non c'è altro mezzo, per poterlo utilizzare, che quello di acquistarlo,
siamo disposti anche a farlo
contattate
dersu54.g@gmail.com


Si accettano donazioni, scannerizzazioni o registrazioni
Visualizzazione post con etichetta co210. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta co210. Mostra tutti i post

lunedì 18 aprile 2011

PAUL DESMOND & GERRY MULLIGAN - TWO OF A MIND (1963)



Due dei migliori talenti venuti alla ribalta del jazz del dopoguerra si sono messi assieme in quest'occasione per una "session" felice, priva di complessi, ma anche fruttuosa dal punto di vista musicale.
Sia Paul Desmond che Gerry Mulligan possono vantare numerose vittorie di referendum sul jazz - Paul come alto sassofonista del Dave Brubeck Quartet, e Gerry come baritonsassofonista leader da molti anni di propri complessi, da quartetti a grosse orchestre.
[...] questo LP è un "souvenir" delle parti migliori diu due dei più popolari complessi degli anni '50 - il periodo, cioè in cui il jazz moderno cominciò ad entrare nelle grazie di un vasto pubblico.
Il Dave Brubeck Quartet ed il Gerry Mulligan Quartet erano allora gli esponenti di punta del jazz "contrappuntistico": i duetti polifonici di Desmond e Brubeck in una formazione, e di Mulligan e Baker nell'altra aprirono nuove vedute, e lo fecero su un alto livello artistico e con un giuoco sonoro spettacolarmente fine.
[...] sia Desmond che Mulligan sono solisti in grado d'improvvisare linee melodiche affascinanti. Il risultato è una serie di esecuzioni straordinarie, in cui accade ad ogni istante qualcosa di notevole, sia esso un assolo dalla inventiva strabiliante o un passaggio a due in cui ogni linea melodica, creata separatamente, si congiunge in un assieme sonoro che somiglia al lavoro di un rifinito compositore.
La mancanza di formalismo, nel jazz, spesso significa mancanza d'impegno, noncuranza o trascuratezza.
Invece, queste incisioni sono eccezionalmente eleganti e "pulite" benchè allo stesso tempo altamente informali.
[...]

George Avakian
('back cover' del disco)

 
Lato a)
  1. All the things you are (kern-hammerstein)
  2. Stardust (carmichael-parish)
  3. Two of a mind (desmond)

Lato b)
  1. Blight of the fumble bee (mulligan)
  2. The way you look tonight (fields-kern)
  3. Out of nowhere (heyman-green)

cover (RCA VICTOR - LPM 2624)
look at commenti


RCA VICTOR - LPM 2624
look at commenti

(1963) rivista - MUSICA JAZZ (lettere al direttore)




Pessimismo sul Jazz Moderno


Chi come me, abbia avuto la sventura di vedere la trasmissione televisiva dei “Maestri del Jazz” dedicata a Sonny Rollins, spero abbia potuto rendersi definitivamente conto a quale meta inconcludente e vana sia approdata questa nostra povera, tormentatissima musica che, nonostante tutto, io continuo ad amare, nella speranza che compaia qualcuno, fornito di buon cervello e con qualche nuova valida idea, che rinsangui un poco l’ormai troppo anemico corpo jazzistico.
Si, perché se Sonny Rollins è da considerare uno tra i migliori jazzisti moderni, un profeta (che poi di profetico ha solo la barba), immaginiamo a quale livello saranno i suoi innumerevoli imitatori sassofonisti.
Avrà indubbiamente – così almeno si dice - una notevole tecnica strumentale, ma quei cacofonici versacci che escono dal suo pifferone o dalla striminzita tromba di Don Cherry non fanno che convincermi sempre più che questi signori avranno, sì, labbra di cuoio e polmoni d’acciaio, ma anche la testa assolutamente vuota.
Per convincersi di ciò basterebbe prendere per esempio, pur senza farne un’analisi musicalmente profonda, quel “Non dimenticar” con cui Rollins ha aperto la rubrica. Che cos’è se non un brano mal riuscito e di cattivo gusto, un vano tentativo di abbellire il tema con quegli inutili arzigogolamenti?
Un’altra caratteristica negativa di questi, più o meno nuovi, musicisti è la banalità dei temi eseguiti, che mi paiono un pretesto per improvvisare qualcosa. Ma quando la base tematica è così mal sicura, immaginiamoci se potrà resistere l’impalcatura dell’improvvisazione!
Vien da rimpiangere i miei tempi, ovvero quelli di Parker, Tristano, degli stessi Mulligan e Lewis. Parker aveva una forma piuttosto rozza per esporre la sua musica, ma quanta sostanza in essa! Mulligan sa essere un finissimo umorista; John Lewis è quel gran formalista che tutti conosciamo. Tutti costoro hanno dei lati positivi. Ma Rollins, Coltrane, Coleman, ecc., che cosa fanno se non scopiazzare qua e là, oppure suonare delle cose astrusissime?
A questo punto io mi chiedo che cosa debba fare – esaurito l’ascolto del repertorio jazzistico fino a Lewis o tutt’al più a Monk, cioè del repertorio valido – un poveraccio che voglia ascoltare un po’ di musica buona?
Non sarà forse il caso di intraprendere un’altra strada, come quella che conduce alla musica “seria” contemporanea?
Una volta affinata la nostra sensibilità musicale – e molto jazz, specialmente moderno, penso serva anche a questo – non è mille volte meglio gustarsi la “Sagra della Primavera” di Stravinsky anziché ingurgitare le cacofonie rollisiane?

Gilberto B. (ferrara)

 
##############################################################
 
Premetto che sono un amatore del jazz niente affatto tradizionalista, cioè di quelli che apprezzano solo il jazz tradizionale: al contrario, tutti i periodi e le forme del jazz mi interessano. Premetto anche che, per quanto mi riguarda la tecnica e la teoria musicale, so solo che esistono sette note.
Ora, mi è capitato di assistere alla televisione ai due programmi de “I Maestri del Jazz” dedicati a Coltrane e a Rollins, che, contrariamente al solito, non avevo potuto ascoltare nei concerti milanesi. Dire che sono rimasto deluso è la frase esatta, ma molto più per il tanto osannato Coltrane che per Rollins.
Beati i musicisti come Basso, i quali riescono a seguire, e capire fino al 70 per cento, quello che Coltrane esegue; e un plauso a loro che hanno l’onestà di riconoscerlo. Io mi domando, ed è questo che vorrei mi spiegasse, come fa uno come me, e penso siano in parecchi nelle mie condizioni (cioè che non conoscono la musica), non dico a capire, ma anche soltanto a seguire le fantastiche evoluzioni di Coltrane, infiorate di sberleffi come qualcuno ha voluto chiamarli, inauditi.
Qualche anno fa i critici (e facevano benissimo) avevano parole di fuoco per quelle jam session organizzate da Granz per il JATP, dove gli stessi sberleffi, o pressappoco, facevano tipi come Illinois Jacquet o Flip Phillips, cercando di divertire il pubblico che, bontà sua, si divertiva. Forse anche Coltrane cerca di divertire il pubblico.
Mi sembra che nel jazz sia in atto una evoluzione simile a quella in atto nelle arti figurative: l’artista fa cose che ben pochi sono in grado di capire, o almeno capiscono per il 70 per cento; e il pubblico (quello che non è musicalmente preparato) non capisce, oppure fa finta di capire.
Anche invocando la libertà di espressione tanto cara agli artisti, questo non mi sembra, non dico onesto, ma giusto verso il pubblico.

Franco F. (sesto s. giovanni)
 
 
 
####################################################
 
 
[…]
“E’ musica astrusa, esoterica, non la capisco e non mi fido. Perché i critici che criticavano le logorroiche jam-session del “Jazz At The Philharmonic” ora lodano Coltrane e Rollins, che mi lasciano perplesso e deluso?”
“Il jazz è arrivato a un punto morto, a un cul-de-sac in cui le idee non ci sono più, esiste solo una tecnica, una ricerca del suono per il suono, i temi sono gracili, mancano di personalità…. E allora non è meglio ascoltare la musica seria contemporanea, per esempio delle belle pagine di Stravinsky, anziché annoiarsi con Rollins?”
Tutti e due i lettori hanno una certa parte di ragione. Oggi, è vero, il jazz si è indirizzato, seguendo più o meno inconsciamente le strade accidentali dei musicisti “seri” contemporanei, verso le accidentate strade di uno sperimentalismo che sembra ripudiare la costruzione musicale e preferirle la macchia sonora, gli “stracci” di suono, la dissoluzione dell’idea nel new-sound, i cui confini col rumore, un tempo stabiliti con un certo rigore dalla fisica, oggi vengono disinvoltamente calpestati. Francamente non so se la musica di Karlheinz Stockhausen – cito un grosso nome dei “seri” più arrabbiati – e quella di Coltrane o anche di Coleman (al quale ultimo è d’uopo tuttavia riconoscere una più netta personalità) possa considerarsi un punto di partenza o una tappa verso una nuova forma d’arte musicale: certo non è un punto d’arrivo. […] Non vorrei peraltro che la tante volte constatata “crisi” del jazz attuale conducesse alle solite profezie da Cassandra. No, il jazz non è morto e non potrà morire: sono le grandi personalità che ogni tanto intervengono, come fresca corrente impetuosa, a rimuovere le acque stagnanti- […] Coltrane, Rollins, artisti tormentati dallo stile inquieto e instabile, sono assai probabilmente degli artisti di transizione. […]
Non troppo pessimismo dunque, anche se i dubbi e le amarezze hanno serie giustificazioni in questo momento storico.

Giancarlo Testoni
(“musica JAZZ” – ottobre 1963)