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martedì 9 agosto 2011

ODETTA - SINGS FOLK SONGS (1963)


ODETTA.: UNA MONTATURA



La “folk singer” Odetta, che negli Stati Uniti ha raggiunto nel giro di un paio d’anni una grande popolarità, ha dato un paio di “recital” per il Teatro Club di Roma ai primi di dicembre (1962).
Ha avuto un grande successo presso un pubblico poco addentro nel mondo della musica popolare negro-americana, ma ha deluso gli intenditori



[…] Odetta, non avrebbe sicuramente messo a rumore l’ambiente del jazz se gli articoli di molti sprovveduti critici, le dichiarazioni di altrettanto compiacenti artisti, le note di copertina dei microsolco non l’avessero presentata come “la cantante più rappresentativa del blues americano”.
Ha cominciato Harry Belafonte a esprimere un giudizio lusinghiero su Odetta, dicendo: “ io sono stato costretto, dalla sua arte, ad affrontare il mio normale repertorio con maggiore impegno, e a meglio approfondire il significato e il contenuto poetico delle canzoni”.
La sua carriera, per i molti aiuti avuti, è stata eccezionalmente ricca di successi; Odetta, che ha solo una trentina di anni, trasferitasi dall’Alabama (dove è nata) a Los Angeles, iniziò lo studio della musica classica, dedicandosi poi alla musica folkloristica ed al blues.
Ha così avuto inviti alle principali manifestazioni degli ultimi anni, durante i quali si è esibita al Festival di Monterey, di Newport, in concerti a Castle Hill, all’International Music Fair, alla Carnegie Hall, alla Town Hall, all’Orchestra Hall, a Wilshire Ebell, alla Jordan Hall, all’Università del Michigan, all’Università dell’Illinois, all’Università del Wisconsion, all'Università della California, al Rosari Collage.
I suoi microsolco […], malgrado le panzane dovute anche a penne illustri, ma evidentemente schiave delle case discografiche, denunciano chiaramente i suoi limiti e, soprattutto, il suo genere, che è quello del folklore anglo-americano.
Con questo non vogliamo muovere alcun rimprovero al “Teatro Club” che ha organizzato i concerti romani e che, fedele al suo programma, ha presentato ai soci Odetta, la cui fama in America è in continuo crescendo. Né possiamo far colpa al servizio stampa del “Teatro Club” che, tagliando qua e là brani di presentazione dei dischi pervenuti, ha compilato un comunicato stampa, distribuito a tutti i giornali, denso di notizie che non avevano il minimo fondamento critico. Abbiamo così letto nel programma, che Odetta, insieme ad Ella Fitzgerald ed a Sarah Vaughan, è da considerarsi la più grande cantante di blues; che musicalmente si avvicina allo stile di Bestie Smith e di Leadbelly; che il suo stile è assolutamente personale, e così via.
Dal punto di vista dello spettacolo, in definitiva, le cose non sono andate poi male. Il teatro era esaurito per gli abbonamenti e per le facilitazioni concesse a numerosi circoli, ed il pubblico, quanto mai impreparato, ha applaudito ogni numero, decretando il trionfo alla cantante negra, che ricorda Ella soltanto per il colore della pelle ed il peso.
Il repertorio, come era facile immaginare, nulla aveva a che fare con il blues, salvo rare eccezioni. […]
Odetta ha innanzitutto lo svantaggio di una preparazione classica che non riesce a dimenticare mai e che si avverte in ogni suo pezzo: non nella estensione od emissione della voce, ma nell’impostazione, nel senso più deteriore della parola. Questa preparazione classica non le impedisce comunque di calare spesso e volentieri, paurosamente. La sua maggiore preoccupazione sembra essere quella di cercare effetti di sicura presa sul pubblico, forzando la voce per raggiungere toni altissimi o bassissimi, a scapito di quella che potremmo chiamare logica interpretativa. A questo punto, cercare parentele stilistiche sarebbe di cattivo gusto, perché Odetta ha certamente ascoltato tutti i cantanti di cui alle strombazzature pubblicitarie, ma di nessuno di essi ha assimilato lo stile, limitandosi ad impostare le sue interpretazioni, volta a volta, secondo lo stile di questo o di quello ed ottenendo il risultato, non di essere personalissima, ma di rifarsi a tutti.
Lo spettacolo – e più triste di così non poteva essere - ha avuto il tono di un cenacolo per la presenza di certo Achille Milo, che ci hanno detto essere un attore, il quale leggeva i testi delle canzoni che poi Odetta avrebbe interpretato accompagnandosi con la chitarra – neppure questa suonata al modo dei blues-singers – e con il sostegno di un bassista che era troppo coperto perché si potesse giudicare la parte del suo lavoro.
[…]

Roberto Papasso
(Musica Jazz, febbraio 1963)



Lato a)
  1. 900 miles (p.d.)
  2. Blowing in the wind (dylan)
  3. Maybe she go (delaplane)
  4. I never will marry (p.d.)
  5. Yes I see (gibson)
  6. Why oh why (guthrie)


Lato b)
  1. Shenandoah (p.d.)
  2. The golden vanity (p.d.)
  3. Roberta (p.d.)
  4. Anthem of the rainbow (tellis-cosbey)
  5. All my trials (p.d.)
  6. This little light of mine (p.d.)




cover (RCA VICTOR - LPM 2643)
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RCA VICTOR - LPM 2643
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lunedì 18 aprile 2011

(1963) rivista - MUSICA JAZZ (Un Referendum Fallito)




Non è possibile in Italia fare un referendum per scegliere i musicisti jazz più popolari. Sono queste le conclusioni alle quali è arrivata “Musica Jazz”, la rivista di Giancarlo Testoni e Arrigo Polillo, che aveva preso un’iniziativa in questo senso, sull’esempio di quanto fanno da molti anni i periodici jazzistici di tutto il mondo.
La ragione del fallimento del referendum italiano è molto semplice: le schede truccate o comunque irregolari inviate dai partecipanti. Nelle schede bisognava votare sia per i musicisti italiani, sia per quelli stranieri. Inoltre, bisognava rispondere ad alcune domande. Una di queste era: “Da quanto tempo leggete la nostra rivista?” Molti hanno risposto che la leggono da trent’anni o più, mentre “Musica Jazz” è uscita per la prima volta 19 anni fa. Si sono viste poi dozzine di schede riempite chiaramente dalla stessa mano, e altre che, mentre rivelavano predilezioni piuttosto bizzarre per determinati musicisti italiani magari poco noti, sembravano indicare uno scarso bagaglio di informazioni jazzistiche nella parte riguardante i musicisti stranieri i cui nomi erano orribilmente storpiati.
Qualcuno, insomma, ha cercato di procurarsi un quarto d’ora di celebrità votando per se stesso, o pregando gli amici di farlo. Il lato più curioso dell’operazione è dato dalle notevoli spese postali affrontate e dall’ingenuità di chi non ha pensato a quanto sarebbe stato facile scoprire la falsità di una scheda in cui, per esempio, la pianista Mary Lou Williams era indicata come un complesso vocale. Il risultato è stato questo: che la rivista milanese ha potuto prendere in considerazione soltanto quelle schede in cui erano espresse preferenze per i musicisti stranieri.

Dixie
(“L’Espresso” – 10 novembre 1963)

(1963) rivista - MUSICA JAZZ (lettere al direttore)




Pessimismo sul Jazz Moderno


Chi come me, abbia avuto la sventura di vedere la trasmissione televisiva dei “Maestri del Jazz” dedicata a Sonny Rollins, spero abbia potuto rendersi definitivamente conto a quale meta inconcludente e vana sia approdata questa nostra povera, tormentatissima musica che, nonostante tutto, io continuo ad amare, nella speranza che compaia qualcuno, fornito di buon cervello e con qualche nuova valida idea, che rinsangui un poco l’ormai troppo anemico corpo jazzistico.
Si, perché se Sonny Rollins è da considerare uno tra i migliori jazzisti moderni, un profeta (che poi di profetico ha solo la barba), immaginiamo a quale livello saranno i suoi innumerevoli imitatori sassofonisti.
Avrà indubbiamente – così almeno si dice - una notevole tecnica strumentale, ma quei cacofonici versacci che escono dal suo pifferone o dalla striminzita tromba di Don Cherry non fanno che convincermi sempre più che questi signori avranno, sì, labbra di cuoio e polmoni d’acciaio, ma anche la testa assolutamente vuota.
Per convincersi di ciò basterebbe prendere per esempio, pur senza farne un’analisi musicalmente profonda, quel “Non dimenticar” con cui Rollins ha aperto la rubrica. Che cos’è se non un brano mal riuscito e di cattivo gusto, un vano tentativo di abbellire il tema con quegli inutili arzigogolamenti?
Un’altra caratteristica negativa di questi, più o meno nuovi, musicisti è la banalità dei temi eseguiti, che mi paiono un pretesto per improvvisare qualcosa. Ma quando la base tematica è così mal sicura, immaginiamoci se potrà resistere l’impalcatura dell’improvvisazione!
Vien da rimpiangere i miei tempi, ovvero quelli di Parker, Tristano, degli stessi Mulligan e Lewis. Parker aveva una forma piuttosto rozza per esporre la sua musica, ma quanta sostanza in essa! Mulligan sa essere un finissimo umorista; John Lewis è quel gran formalista che tutti conosciamo. Tutti costoro hanno dei lati positivi. Ma Rollins, Coltrane, Coleman, ecc., che cosa fanno se non scopiazzare qua e là, oppure suonare delle cose astrusissime?
A questo punto io mi chiedo che cosa debba fare – esaurito l’ascolto del repertorio jazzistico fino a Lewis o tutt’al più a Monk, cioè del repertorio valido – un poveraccio che voglia ascoltare un po’ di musica buona?
Non sarà forse il caso di intraprendere un’altra strada, come quella che conduce alla musica “seria” contemporanea?
Una volta affinata la nostra sensibilità musicale – e molto jazz, specialmente moderno, penso serva anche a questo – non è mille volte meglio gustarsi la “Sagra della Primavera” di Stravinsky anziché ingurgitare le cacofonie rollisiane?

Gilberto B. (ferrara)

 
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Premetto che sono un amatore del jazz niente affatto tradizionalista, cioè di quelli che apprezzano solo il jazz tradizionale: al contrario, tutti i periodi e le forme del jazz mi interessano. Premetto anche che, per quanto mi riguarda la tecnica e la teoria musicale, so solo che esistono sette note.
Ora, mi è capitato di assistere alla televisione ai due programmi de “I Maestri del Jazz” dedicati a Coltrane e a Rollins, che, contrariamente al solito, non avevo potuto ascoltare nei concerti milanesi. Dire che sono rimasto deluso è la frase esatta, ma molto più per il tanto osannato Coltrane che per Rollins.
Beati i musicisti come Basso, i quali riescono a seguire, e capire fino al 70 per cento, quello che Coltrane esegue; e un plauso a loro che hanno l’onestà di riconoscerlo. Io mi domando, ed è questo che vorrei mi spiegasse, come fa uno come me, e penso siano in parecchi nelle mie condizioni (cioè che non conoscono la musica), non dico a capire, ma anche soltanto a seguire le fantastiche evoluzioni di Coltrane, infiorate di sberleffi come qualcuno ha voluto chiamarli, inauditi.
Qualche anno fa i critici (e facevano benissimo) avevano parole di fuoco per quelle jam session organizzate da Granz per il JATP, dove gli stessi sberleffi, o pressappoco, facevano tipi come Illinois Jacquet o Flip Phillips, cercando di divertire il pubblico che, bontà sua, si divertiva. Forse anche Coltrane cerca di divertire il pubblico.
Mi sembra che nel jazz sia in atto una evoluzione simile a quella in atto nelle arti figurative: l’artista fa cose che ben pochi sono in grado di capire, o almeno capiscono per il 70 per cento; e il pubblico (quello che non è musicalmente preparato) non capisce, oppure fa finta di capire.
Anche invocando la libertà di espressione tanto cara agli artisti, questo non mi sembra, non dico onesto, ma giusto verso il pubblico.

Franco F. (sesto s. giovanni)
 
 
 
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[…]
“E’ musica astrusa, esoterica, non la capisco e non mi fido. Perché i critici che criticavano le logorroiche jam-session del “Jazz At The Philharmonic” ora lodano Coltrane e Rollins, che mi lasciano perplesso e deluso?”
“Il jazz è arrivato a un punto morto, a un cul-de-sac in cui le idee non ci sono più, esiste solo una tecnica, una ricerca del suono per il suono, i temi sono gracili, mancano di personalità…. E allora non è meglio ascoltare la musica seria contemporanea, per esempio delle belle pagine di Stravinsky, anziché annoiarsi con Rollins?”
Tutti e due i lettori hanno una certa parte di ragione. Oggi, è vero, il jazz si è indirizzato, seguendo più o meno inconsciamente le strade accidentali dei musicisti “seri” contemporanei, verso le accidentate strade di uno sperimentalismo che sembra ripudiare la costruzione musicale e preferirle la macchia sonora, gli “stracci” di suono, la dissoluzione dell’idea nel new-sound, i cui confini col rumore, un tempo stabiliti con un certo rigore dalla fisica, oggi vengono disinvoltamente calpestati. Francamente non so se la musica di Karlheinz Stockhausen – cito un grosso nome dei “seri” più arrabbiati – e quella di Coltrane o anche di Coleman (al quale ultimo è d’uopo tuttavia riconoscere una più netta personalità) possa considerarsi un punto di partenza o una tappa verso una nuova forma d’arte musicale: certo non è un punto d’arrivo. […] Non vorrei peraltro che la tante volte constatata “crisi” del jazz attuale conducesse alle solite profezie da Cassandra. No, il jazz non è morto e non potrà morire: sono le grandi personalità che ogni tanto intervengono, come fresca corrente impetuosa, a rimuovere le acque stagnanti- […] Coltrane, Rollins, artisti tormentati dallo stile inquieto e instabile, sono assai probabilmente degli artisti di transizione. […]
Non troppo pessimismo dunque, anche se i dubbi e le amarezze hanno serie giustificazioni in questo momento storico.

Giancarlo Testoni
(“musica JAZZ” – ottobre 1963)

mercoledì 23 dicembre 2009

(1950) rivista - MUSICA JAZZ (gennaio)

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[...] Idea balzana venuta in testa agli editori di 'Down Beat', che hanno indetto un concorso a premi fra i lettori per trovare un nuovo termine da sostituire al vecchio jazz.
Nessuna parola proposta ha convinto gli organizzatori del concorso, molte però hanno beccato un premio e il gioco (pubblicitario) è fatto. [...]
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