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venerdì 13 agosto 2010

FATS DOMINO - TWISTIN' THE STOMP (1962)

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Si dice che quando Fats Domino si esibisce in un night club, conta sempre fra il pubblico un numero di amici quali nessun altro artista può vantare. Ci sono molte ragioni per cui valga la pena di indagare su questo fatto – ragioni che aiuteranno a spiegare la sempre crescente popolarità di Fats sia per la sua arte che per la sua interessante e calda personalità.
Prima di tutto, Fats ha un pubblico vastissimo. Egli lavora 52 settimane all’anno suonando nei night clubs e nei concerti di ogni città, dalla metropoli al piccolo villaggio di pescatori. Egli è felice solamente quando lavora e fortunatamente il lavoro non gli manca mai in quanto egli è continuamente richiesto dai proprietari dei night clubs.
È sufficiente che i suoi fans lo vedano una volta, perché accorrano di nuovo ad ascoltarlo al suo ritorno nello stesso luogo. Il nome di Fats, il suo aspetto e la sua affabilità annullano tutte le formalità a cui un artista generalmente ricorre prima di iniziare il suo spettacolo. Infatti, questa musica è così piena di swing e di ritmo che raramente si può rimanere seduti quando egli la esegue. Fats ha uno stile tutto particolare. Quando egli canta dà l’impressione che ognuno potrebbe cantare come lui. È difficile calcolare quanti cantanti abbiano tentato di imitarlo, ma nessuno ci è mai riuscito. Alle volte le cose più semplici sono le più difficili a farsi. Nel caso di Fats lo stile “semplice” del suo canto ha impiegato diversi anni per perfezionarsi. In primo luogo, egli è un cantante di blues, sebbene egli abbia modificato le interpretazioni tradizionali del blues, trasformandone i toni lamentosi e avvicinandosi alla sensibilità più leggera della canzone.
Fats è veramente un uomo affascinante, ma ciò che è più importante è il suo canto. Canto che attrae irresistibilmente chi lo ascolta sia direttamente che attraverso i dischi. […]
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dal back cover del disco
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Lato a)
  1. Twistin' the spots (bartholomew-domino)
  2. The twist set me free (domino)
  3. I know (bartholomew-domino)
  4. Every night (bartholomew-domino)
  5. Town talk (domino-bartholomew)
  6. Wait and see (domino-bartholomew)
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Lato b)
  1. Twistin' the stomp (domino)
  2. Don't desceive me (domino-bartholomew)
  3. A long way from home (domino-bartholomew)
  4. The girl I love (domino-bartholomew)
  5. Do you know what it means to miss New Orleans ? (delang-alter)
  6. South of the border (kennedy)
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cover (POST RECORDS - LP 9170)
http://www.mediafire.com/?oqghd9rgab3tnsg

sabato 27 febbraio 2010

(1959) locandina - PECCATORI IN BLUE-JEANS (francia-1958)

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con: Pascale Petit, Jacques Charrier, Laurent Terzieff, Andréa Parisy, Jean-Paul Belmondo, Roland Lesaffre, Dany Saval
Regia: Marcel Carné
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genere: dramma psicologico-sociale
soggetto: Marcel Carné, Charles Spaak
sceneggiatura: Jacques Sigurd
fotografia: Claude Renoir
musiche: Ray Brown, Roy Eldridge, Stan Getz, Dizzy Gillespie, Coleman Hawkins, Oscar Peterson, Maxime Saury, Buddy Rich, Gus Johnson, Fats Domino, Sonny Stitt, Norman Granz
montaggio: Albert Jurgenson
produzione: Zebra film (roma), Silves film e Cinetel (parigi)
distribuzione: MGM
valutazione del CCC: Escluso (gravemente immorale e nocivo per ogni pubblico)
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domenica 20 settembre 2009

(1962) Era un ragazzo inglese con, con i capelli leggermente più lunghi del normale





Allora mi occupavo molto di jazz e la musica leggera la sentivo con la puzza sotto al naso, anche se sotto sotto cantavo e schitarravo non tutto, ma di tutto, tutto il giorno, comprese le canzoni napoletane di Peppino di Capri. Un piccolo occhio di riguardo lo avevo ufficialmente per il rock and roll, soprattutto quello “nero” di Fats Domino o di Chuck Berry.
(fu in quel periodo che conobbi un ragazzo inglese)….. mi disse che a Londra era nato un gruppo di rock and roll di cui tutti parlavano, io stavo quasi sputandogli sulle scarpe, in senso di disprezzo. Capirai. A me allora mi chiamavano “swing” perché dicevo sempre che “non significa un cazzo se non c’è swing” (libera traduzione di un brano del grande Duke Ellington) ed ero il solo nell’arco di due chilometri quadrati a saper battere le mani in levare. E figurati allora se gli inglesi mi avrebbero fregato, buoni com’erano solo a far cantare tipi come Cliff Richard o gli Shadows, insomma “robbetta” bianca. Così quando quello sbarbatello inglese tirò fuori dalla valigia un quarantacinque giri leggermente più sporco del normale e mi fece capire che avrebbe voluto che “violasse” il mio prezioso Lesaphon a valigetta dove i bassi erano insuperabili quando si chiudeva il coperchio, perché rimbombavano, lo lasciai fare, anzi lo aiutai pure. Era un disco appunto di questi Beatles non me ne ricordo il titolo. Perché? Beh perché avevo pienamente ragione io. Questi inglesi facevano schifo, in pratica facevano lo “ye ye” (il genere che facevano allora Rita Pavone o Silvie Vartan) con qualche accordo di blues rubacchiato come al solito, ai vecchi maestri neri. E quello pure si divertiva e portava il tempo!!! Naturalmente in battere come quei ragazzi che si vedevano alla televisione con Walter Chiari a “fare i giovani più giovani, l’esercito del surf “. Tutto sbagliato, caro il mio inglesotto, questi “bitls” non sono nessuno!
Stavo per estrarre dalla busta dell’extended play “When my dreamboat comes home” di Fats Domino per farglielo ascoltare con regale magnanimità quando “quello” si mise a ballare. Fu allora appunto che cominciarono gli anni sessanta. Era il sessantadue…. “Quello” ballava da solo, agitandosi tutto, facendo strani passi mai visti prima e muovendo anche le mani e le braccia. Ma non era il surf, era una “cosa” completamente diversa. Allora, proprio in quel momento, pensai la tremenda fatidica frase, il vero segnale di quando non sei più la “nuova generazione” ma diventi “quella degli anni Cinquanta” “la precedente”: “Ma insomma, che diavolo di modo di ballare è mai questo? Noi sì che ci sapevamo divertire!"

Renzo Arbore
estratto da "Il sogno degli anni '60" (Walter Veltroni - Savelli Editori, 1981)