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giovedì 17 marzo 2011

FRANÇOISE HARDY - Ma lo sa che le sue canzoni fanno venire il magone? (max david) (1963)


[...] La sua non è tristezza romantica o sensuale di molte ventenni; nè la disperata tristezza delle innamorate; e nemmeno una tristezza vendicativa; e nemmeno una rassegnata tristezza.   Piuttosto, direi, Françoise Hardy è malinconica; malinconica come chi abbia dovuto rinunciare, alla sua età, a qualche strana esperienza, a qualche segreto gioco di adolescenti, a qualche civetteria oppure, per non andare troppo lontano, come chi sia stato tenuto sempre in disparte.   I ragazzi avevan dimenticato una certa Françoise.   Intraprendenti e distratti, i ragazzi del cortile avevano dimenticato di chiamare giù Françoise. [...]

Max David
(Domenica del Corriere - 1 settembre 1963)

sabato 11 dicembre 2010

mercoledì 3 novembre 2010

domenica 29 agosto 2010

(1962) rivista - DOMENICA DEL CORRIERE (4 novembre)

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Non è che noi nella nostra vita privata siamo tali e quali come nelle scenette che interpretiamo in 'Canzonissima'. In casa non siamo caotici e non viviamo in un clima di irrealtà: siamo una coppia di sposi che, dalla vita, cerca di assimilare le sue parti più belle e meno dolorose. [...] Va bene che il telefono trilla continuamente che a volte impazzisco per il lavoro in televisione, le prove delle scene e dei vestiti, e per il rimanente lavoro a casa (che Dario non sbriga, dovesse cascare il mondo), che la voce mi si rinsecchisce per il troppo parlare, che sfoggio quasi a vita due "meravigliose" occhiaie blu e mi trascino dappertutto un'emicrania quasi stabile, ma sono una donna e una moglie felice. Un pò di sollievo e di aiuto Dario potrebbe darmelo, ma io mi rendo conto (è da quando eravamo fidanzati che me ne rendo conto) che è inutile pretenderlo da un tipo svagato, irreale e lunare com'è lui. Eppure, se io non fossi stata vicina per otto anni allo svagato, irreale e lunare che è mio marito, probabilmente non sarei mai diventata Franca Rame. Forse girerei ancor oggi sul carrozzone varopinto che apparteneva ai miei genitori e reciterei in spettacoli di provincia. A Dario devo tutto; sono un astro che brilla di luce riflessa. Questa luce è mio marito. Svincolarmi dal suo nome almeno sulla scena, voler essere soltanto Franca Rame, sola e unica, sarebbe una pretesa assurda, un grosso errore. Insieme sappiamo creare grandi cose, sappiamo brillare; non so se, oltretutto, sarebbe "conveniente" dividerci.
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Franca Rame
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L' oroscopo di Dario Fo
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nato sotto il segno dell'Ariete, rivela due tendenze fortissime che spesso riescono a coincidere, ad allearsi, e producono i risultati migliori nelle sue fantasie di autore-attore; altre volte invece non riescono ad organizzarsi, e allora vengono fuori le cose a metà.
C'è in lui una sensibilità acutissima, uno spirito leggero, un'aspirazione a cose elevate, un bisogno di pace, di armonia, di serenità. Tutto questo può metterlo a volte in condizione di inferiorità rispetto a chi agisce con egoismo e durezza, esporlo a tentativi di sfruttare la sua generosità e le sue capacità. Nello stesso tempo però possiede anche una forza combattiva e realizzatrice, uno spirito di novità, di avventura, che possono spingerlo a imprese e tentativi audaci, e che possono aiutarlo a rimontare le situazioni difficili, se qualcuno appunto cerca di approfittare di lui.
Altre caratteristiche sono: una capacità costante di autocontrollo, sotto l'apparenza svagata, che si traduce anche in capacità realizzatrice. La sua fantasia è vivissima, accesa e sostiene senza sforzo la sua attività artistica. C'è infine una tendenza a chiudersi in se stesso, anche se appare di solito apertissimo e cordiale con tutti: in realtà è geloso di un suo mondo intimo, segreto.
Per il futuro, le possibilità di successo sembrano accentuarsi. La sua carriera è in ascesa indipendentemente dai singoli episodi. Non sempre riuscirà a sfruttare le buoni occasionei, ma la fortuna gliene porterà altre.
La vita familiare e sentimentale proseguirà equilibrata e serena.
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Johaquim
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giovedì 26 agosto 2010

(1962) Ragazzi e ragazze non si capiscono. Perchè?

Perchè tanta diffidenza reciproca? Che cos'è che li rende scontenti, sfiduciati, spesso asti0si gli uni nei confronti delle altre? Lo abbiamo chieso a loro stessi e le loro risposte, a volte amare, in fondo non spiegano nulla: solo confermano l'esistenza di una crisi singolare e profonda.
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Quest’anno c’erano tanti ragazzi al mare corteggiati e vezzeggiati dalle loro compagne. Le cose si erano nettamente capovolte, erano le donne che telefonavano a loro, che li pregavano di accompagnarle a fare una gita, che li imploravano di farle ballare. I ragazzi facevano gli schizzinosi, spesso erano annoiati e rispondevano male, il più delle volte chiedevano aiuto perfino alle loro madri per liberarsi delle importune. Le ragazze non si mostravano gran che offese, piano piano si assoggettavano a questo nuovo stato di cose e andavano dicendo in giro che i loro amici stavano finendo su una strada che li avrebbe gettati nel ridicolo. A questo punto i ragazzi sono insorti assicurando che le donne li interessavano ancora, ma che avevano provocato in loro un tale shock per cui era meglio vivere in quarantena e ritirarsi sull’Aventino per non fare la figura degli stupidi. […]
Troppe volte si sente dire che le nuove generazioni sono profondamente diverse da quelle dei loro genitori, che fra i ragazzi e le ragazze non c’è più quella naturale intesa e comprensione che esisteva una volta, che c’è una diffidenza reciproca, che sono gli uni nei confronti delle altre scontenti, sfiduciati, spesso astiosi.
È vero tutto questo? Mi sono chiesta. E ho voluto constatare la realtà o meno di queste convinzioni dal vivo. […]
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Sofina Leti
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Donatella: sono vuoti e sciocchi.
Mariolina: il solo ragazzo che mi ha accompagnato qualche volta a casa, non m’ha mai parlato d’amore. Solo del tempo, del lavoro, del calcio.
Giovanni Battista: la colpa è delle ragazze che non sanno rendersi desiderabili.
Loriana: hanno paura del ridicolo e trovano l’innamorarsi cosa “sorpassata”.
Anna: giocano a fare gli incompresi
Gianna: Non hanno pazienza. Inoltre hanno un concetto tutto particolare della confidenza che si può avere con una ragazza
Maria: quando passo, fischiano. Ma nessuno cerca poi di conoscermi
Daniela: sono immaturi. Trovano più emozionante una gita o una partita di calcio.
Mirella: li spaventiamo col nostro atteggiamento spregiudicato.
Angelo: ho sempre un po’ paura di sembrare ridicolo di fronte ai miei compagni.
Liliana: sono dei farfalloni. Appena sentono odor di fidanzamento, scappano inorriditi.
Giuseppina: non vogliono far fatica a “conquistare” una ragazza.
Enzo: ci piacerebbe trovare meno superficialità.
Luigi: sì, le trascuriamo e siamo pigri. La colpa è degli svaghi che abbiamo, e che oggi sono veramente tanti.
Paola: si sottovalutano: evitano di farci la corte per paura che li respingiamo.
Enzo: le ragazze pretendono troppe cose da noi.
Giorgio: le ragazze? Hanno perso tutta la loro femminilità.
Marina: sono puerili.
Elena: non hanno idee chiare in testa
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estratto da "DOMENICA DEL CORRIERE" (21 e 28 ottobre)
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mercoledì 18 agosto 2010

venerdì 13 agosto 2010

(1962) rivista - DOMENICA DEL CORRIERE

IN ITALIA CIRCOLANO 6.199.608 VEICOLI A MOTORE
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domenica 8 agosto 2010

MARILYN MONROE (1 giugno 1926 - 5 agosto 1962)

La colpa è di tutti noi se Marilyn è finita così
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Non era attrezzata per sopportare quel personaggio sconvolgente e fatale in cui l'avevano incarnata e di cui essa non era in grado di comprendere la falsità
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Non so quale effetto avrà provocato sui miei lettori il baccano che sulla stampa di tutto il mondo ha fatto il suicidio di Marilyn Monroe. Ma confesso che a me ha dato un certo fastidio. Non voglio avanzare critiche verso nessuno, intendiamoci: la protagonista era talmente sotto i riflettori della pubblicità che la sua morte assumeva per forza carattere di “sensazione”, specie per il tragico modo in cui è avvenuta. E nemmeno vorrei mancare di rispetto a questa povera creatura, che ha saldato così drasticamente i suoi conti con la vita. Qualcuno forse troverà da ridire sul fatto che, in confronto a quella di Marilyn, la scomparsa di Hemingway, anche lui suicida, rappresentò per l’umanità una perdita molto più grave, eppure suscitò molto meno scalpore. […]
[…] ciò che mi ha dato fastidio, nel caso di Marilyn, non è stato il rumore che il suo suicidio ha sollevato, ma la sua qualità, cioè il tono e il significato dei commenti che le sono stati dedicati.[…]
Secondo me, le campane a morto per Marilyn non andavano suonate a stormo, ma anzi con molta discrezione, ad ammonimento contro una certa anarchia di valori che spesso volge a tragedia la sorte stessa di coloro che ne sembrano i beneficiari. E bisogna anzitutto dire questo: che della fine di questa povera donna siamo responsabili tutti noi, che l’abbiamo mitizzata fino a renderla irriconoscibile a se stessa. Tutto, dell’esistenza di Marilyn, ci dimostra ch’essa era una ragazzetta qualunque, che il caso sbalestrò in mezzo a cose e vicende più grandi di lei senza averle dato nemmeno i mezzi per misurarle. Non aveva ricevuto educazione perché veniva da una famiglia povera e squinternata. E infatti una delle esperienze che più dovettero sconvolgerla fu il matrimonio con un intellettuale come Miller, del quale subì il fascino senza capirlo e senza mai riuscire a penetrare nel suo mondo e a parteciparvi.
Forse era nata per restare la moglie del poliziotto che aveva sposato in prime nozze. Comunque non era attrezzata per sopportare quel personaggio sconvolgente e fatale in cui poi la incarnarono e di cui essa non era in grado di comprendere la falsità.
Abbagliata dal successo, essa non si accorse di entrare in un ingranaggio a cui non le sarebbe stato più possibile sottrarsi, e da allora in poi fu costretta a “recitare” la propria vita: operazione che richiede un vigile e distaccato senso critico, l’esatta coscienza dei limiti fra il reale e l’irreale, che solo possiedono i caratteri forti e disciplinati.
Più che a lacrime d’intenerimento, a laudi esclamative, a lamenti e singulti, era a queste riflessioni che doveva fornire pretesto il cadavere di Marilyn, irrefutabile testimonianza della crudeltà della vita moderna, così progredita in senso collettivo e così incurante dei destini individuali. Essa riduce sempre più i margini di autonomia delle creature che vi partecipano, sempre più rode il loro diritto ad essere se stesse. E se quello di Marilyn è stato, per il mestiere che faceva, un caso-limite, non illudiamoci: anche noi incontriamo sempre più difficoltà a salvare una parte di noi stessi, a difendere un minimo d’indipendenza dai potenti ingranaggi in cui ci troviamo coinvolti. La nostra giornata è sempre più condizionata dalla fabbrica, dall’ufficio, dalla moda, dalle idee, dai gusti degli altri. Tutti ci “conformiamo”. Tutti abbiamo paura ad essere qualcosa di diverso: ad essere noi stessi. Tutti ci troviamo implicati in cose più grandi di noi, di cui spesso non riusciamo nemmeno ad afferrare la tecnica e la finalità. […]
È questo, credo, che ha provocato la tragica fine di Marilyn e la rende così patetica ai nostri occhi. Forse questa povera figliola è ridiventata se stessa e ha compiuto un gesto veramente suo solo nel momento in cui ha stappato quel tubetto di sonnifero. Mettiamo da parte le parole di occasione, e in tutta confidenza diciamoci anche che la nostra pietà non nasce dal fatto ch’essa era una grande attrice, ma anzi da quello, molto più compassionevole, che non era mai riuscita a diventarlo, perché le grandi attrici sanno dove finisce la “recita” e dove comincia la vita. Marilyn lo ignorava. Farebbero bene a rifletterci soprattutto le ragazze che se la sono sempre proposta come modello.

Indro Montanelli
(la stanza di Montanelli – “Domenica del Corriere” 26 agosto)
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venerdì 12 febbraio 2010

(1958) - Habemus Papam (28 ottobre)

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[...] La notizia della nomina di "don Angelo" a nuovo Pontefice è dilagata nella campagna bergamasca con la rapidità eccezionale delle grandi notizie. Le scene di esultanza sono state infinite. Al momento dell' "Habemus Papam", sia la frazione di Sotto il Monte sia la città di Bergamo erano davanti ai televisori. Traffico bloccato, lavoro interrotto. Appena è stato fatto il nome del cardinale Roncalli, tutte le campane delle chiese sono state sciolte. Si è visto, nei locali, per strada, gente abbracciarsi e saltare di gioia. Le finestre si sono imbandierate. In un caffè del centro di Bergamo, per l'eccitazione gioiosa, è accaduto che siano stati fatti volare per aria sedie e vassoi. La confusione, insomma, è stata indescrivibile. Un moto spontaneo, incontenibile, di popolare esultanza si è propagato in città e in campagna. "Abbiamo il Papa buono!" si è gridato a Sotto il Monte, mentre la popolazione si addensava nella vicinanza dell'abitazione dei vecchi Roncalli, tutti contadini o piccoli proprietari terrieri. [...]
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Alfonso Madeo

Estratto da “Abbiamo il Papa buono!" IL GIORNO-ottobre 1958
Ripubblicato su “GIORNALISMO ITALIANO 1939-1968” a cura di Franco Contorbia – Arnoldo Mondatori Editore (I Meridiani), 2009
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lunedì 25 gennaio 2010

(1958) riviste - LA DOMENICA DEL CORRIERE

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.La fine di un attore. Stroncato da un attacco cardiaco è morto improvvisamente Tyrone Power, uno degli artisti più popolari dello schermo. Stava girando a Madrid una scena del film "Salomone e la regina di Saba" e precisamente quella del duello che l'opponeva a George Sanders, quando i compagni di lavoro, tra i quali era Gina Lollobrigida, lo hanno visto barcollare e comprimersi il cuore. "Non sto bene" disse. È spirato sulla macchina che lo trasportava all'ospedale più vicino. Tyrone Power aveva solo quarantaquattro anni..
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[...] Chi vorrà ricordare il punto massimo della sua parabola evocherà quella mattina del gennaio 1949 in cui, per le sue nozze con Linda Christian, si organizzò, nella solennità della basilica romana di Santa Francesca (l'antichissimo tempio dei benedettini di Monteoliveto, dove si conserva una pietra con l'orma di San Pietro), una cerimonia di sontuosa coreografia, poche altre volte eguagliata. La folla che acclama, le stazioni radiofoniche di tutto il mondo che registrano le voci degli sposi quando dicono "I do", tutta l'alta mondanità italiana che fa ala nelle navate illustri, il Pontefice che riceve gli sposi subito dopo il rito, l'ambasciatore americano che organizza un pranzo in loro onore: che più? Un principe regnante non potrebbe sposarsi con sfarzo maggiore. [..]

domenica 24 gennaio 2010

(1958) 25 maggio - III Legislatura repubblicana 1958-1963

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Dopo l'abrogazione della legge maggioritaria e la nuova approvazione di una legge elettorale che sceglie ancora una volta il criterio proporzionale per la traduzione dei voti in seggi, si arriva alle elezioni del '58. Stabile la partecipazione elettorale a livello nazionale, come stabile rimane il primato della partecipazione a tre regioni: Emilia Romagna, Toscana e Trentino-Alto Adige, che superano tutte la soglia del 96%. La distribuzione dei voti tra le tre forze politiche non cambia l'assetto della deputazione nazionale della III Legislatura rispetto alla precedente. La Dc si riconferma il partito di maggioranza relativa, con un miglioramento di 2,3 punti percentuali. Stabili i comunisti, in lieve acvanzamento (+1,5 punti) i socialisti. Il consenso dei tre partiti di maggioranza indica che l'elettorato è polarizzato tra centro (42% di consensi democristiani) e sinistra (37% di consensi socialisti e comunisti). Stabili i partiti minori laici, mentre in calo sono i risultati delle destre: il Msi perde 1 punto percentuale, mentre la divisione dei monarchici nelle due formazioni del Pmp e del Pnm non nasconde la perdita secca di 2 punti percentuali del loro consenso.


estratto da "1861-2008 Atlante storico-elettorale d'Italia" di Piergiorgio Corbetta e Maria Serena Piretti - Zanichelli editore S.p.A., 2009.

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